In primo piano  novembre 2010
   

Il cibo non è una sedia. Ma si progetta

Cosa si intende per Food Design e perché dovrebbe diventare l’elemento strategico dell’industria alimentare. Ne parla il food designer Paolo Barichella

Food Design

Il futuro da assaggiare

Next food: cioccolato interattivo navigabile con il cellulare

Apriti cioccolato. Fotografato con un telefonino dotato di fotocamera e collegamento internet, dischiude un intero mondo e dialoga con noi prima di essere sgranocchiato. Si chiama “Open Chocolate”. È stato creato da Food Design Studio di Paolo Barichella e prodotto in edizione limitata da Valrhona per la prima edizione di “Tuttofood”, la manifestazione dedicata al cibo che si tiene a Milano ogni due anni.
Ma com’è questo prodotto votato alla tecnologia? È una tavoletta di cioccolato interattivo su cui viene stampato un codice grafico che rimanda, attraverso un cellulare di terza generazione, a una serie di informazioni nutrizionali sul prodotto, a un insieme di curiosità su cacao & co. e a un database di ricette dedicate al “cibo degli dei”.
Sono tanti i prodotti cui si potrà applicare lo stesso concept, innescando un nuovo rituale del consumo. Potrà così succedere di chattare con un cracker, entrare nella community di una fetta di gorgonzola o scambiarsi suggerimenti con un cespo di lattuga. Sarà l’interazione, la chiave del cibo del futuro.

Ma. Vi.

Non solo la sedia su cui state seduti o il monitor che avete davanti. Anche il cibo può essere progettato. «Il Food Design è la progettazione di un alimento in funzione del contesto o dell’ambiente in cui viene consumato e riguarda anche il progetto degli strumenti per consumarlo e dei servizi a esso collegati, così come il disegno della portata, ossia tutte le regole compositive, cromatiche e formali attraverso cui un cibo viene presentato sul piatto», spiega Paolo Barichella, fondatore di Food Design Studio di Milano. Un’autorità in materia: nel 2006 ha istituito, all’interno di Adi (Associazione per il Disegno Industriale, ndr), una commissione di studio sul Food Design ed elaborato un manifesto attorno a cui ha raccolto un movimento di professionisti che si occupano dell’argomento e interagiscono tra loro: sociologi, psicologi, tecnologi alimentari, designer, nutrizionisti, chef… «Rispetto ad altri prodotti di design, il cibo ha delle caratteristiche in più: dev’essere salubre, asettico e dotato di valori organolettici e culturali. Per questo la sua progettazione porta con sé competenze molto ampie».

Finora il design è stato usato raramente all’interno dell’industria alimentare, ma le regole di progettazione di un cibo sono simili a quelle di un oggetto d’uso. «Si comincia a capire solo oggi come il design applicato al food sia un elemento strategico. Nel management non si è mai pensato di inserire un designer che sviluppasse tematiche legate alla progettazione; questo compito è sempre stato demandato al marketing e alla ricerca & sviluppo. Si è arrivati al prodotto alimentare attraverso la logica e le linee di prodotto: fattori determinanti per l’industria, ma che possono spostare l’attenzione dalle esigenze reali del consumatore finale». Il design, invece, cerca proprio di interpretare i bisogni delle persone, dando un servizio alla collettività attraverso una forma che sia frutto di un processo progettuale corretto ed efficace. «Nei beni di consumo, che non sono durevoli, bisogna creare qualcosa che resti nel tempo come fidelizzazione, efficace nei confronti di chi l’acquista fin dal primo assaggio».

La forma, «che è la parte finale del processo progettuale e ha senso solo se c’è prima una funzione», è l’elemento caratterizzante di molti prodotti alimentari. Un esempio su tutti: «Nell’Aceto balsamico tradizionale di Modena, per esempio, la forma dell’ampolla, progettata da Giugiaro nel 1985 a seguito della necessità del consorzio di differenziarsi dal balsamico di Modena classico, è diventata uno strumento efficace di identificazione e tutela del prodotto ed è entrata nel disciplinare di produzione».

Alcuni degli strumenti per il consumo creati da Food Design Studio: Bridge Dune, Pocketizer, Coffee Design Kit

Alcuni degli strumenti per il consumo creati da Food Design Studio: Bridge Dune, Pocketizer, Coffee Design Kit

La società si sta modificando, e così il nostro modo di consumare il cibo. «Nel mio studio, prima di iniziare un progetto si parte sempre da un’analisi sociologica per capire in che direzione si sta muovendo la società. Pensiamo, per esempio, alle vending machine: sono interfacce di sviluppo di grande interesse. Come il food si sta modificando perché ci sono tecnologie che permettono di aumentarne la durata, le possibilità di veicolazione e di servizio, così le vending machine». Da asettiche macchine in cui mettere una moneta e veder scendere lo snack, potranno diventare piccole enciclopedie dei prodotti. Grazie ai cellulari di ultima generazione e alla presenza di codici QR (dall’inglese quick response), si potrà interagire con loro per sapere tutto sul pianeta spuntini.

Tra vent’anni, però, un pranzo sarà ancora un pranzo. «Già oggi, se volessimo, avremmo la possibilità di nutrirci di pillole; se questo non è accaduto, è proprio perché il desiderio dell’essere umano di condividere l’atto d’alimentarsi è intoccabile. Non cambierà il valore del pranzo – socializzazione, nutrimento, piacere -, ma la sua fruibilità. Magari pranzeremo muovendoci, e questo cambierà il nostro modo di fruire gli alimenti». E sia il cibo che gli strumenti per consumarlo dovranno essere progettati ad hoc: essere facilmente trasportabili, consentire una presa salda ed ergonomica, non imbrattare i revers della giacca durante il consumo…

Attualmente, Barichella sta sviluppando per Eatool tutta una serie di prodotti per il party. “Pocketizer”, per esempio, è un marsupietto da appendere al fondo di un calice per poter prendere l’aperitivo con una mano libera. «Sembra un oggetto banale, ma dà molti vantaggi: dal punto di vista sociologico risolve un problema di disagio che spesso si ha, quando si hanno entrambe le mani occupate perché si sta mangiando in piedi. Un particolare così semplice può favorire l’interazione tra le persone». Che bello. Si potrà sgranocchiare una patatina e poi dare la mano a qualcuno. Magari non quella unta, va da sé.

Mariagrazia Villa

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