la cultura è servita  luglio 2010
   

Pentole e pellicole

Quando il cinema italiano entra in cucina. Dagli spaghetti al pomodoro di “Un americano a Roma” alle pietanze intrise di Sicilia di “Baarìa” di Giuseppe Tornatore, un buon film è anche questione di gusto

“Il gusto nel cinema italiano e internazionale” - copertina

“Il cinema non è una fetta di vita, ma una fetta di torta”, ha detto Alfred Hitchcock. Non solo perché gli spettatori non vogliono sorbirsi la minestra quotidiana, ma il dolce della festa, magico e straordinario. Anche perché un film vogliono assaporarlo, sentire il suo gusto che si scioglie in bocca e lascia il desiderio di prenderne ancora.

Ravioli ricotta e spinaci
Approfondimenti: I Ravioli de “La Dolce Vita”
Ecco una ricetta ispirata dal film “La dolce vita” di Federico Fellini

Sono più che mai “fetta di torta”, da mangiare con gli occhi e gustare con la mente, i film che raccontano il cibo.
La fatica di essere chef, il piacere di riunirsi a tavola, la passione per la cucina, la tensione per la buona riuscita di un piatto, le lunghe conversazioni al ristorante, la sensualità di una cena, la suspense di una ricetta, le sorprese di un pranzo in famiglia, un amore nato tra i fornelli.

Sono tanti gli esempi nella cinematografia italiana, così come in quella internazionale.
E tanti anche i piatti da cui i cinefili gourmet possono prendere spunto per riprodurli a casa propria.

Storie di cucina 2010
Approfondimenti: Storie di Cucina 2010
Tutti i filmati premiati in questa e nelle precedenti edizioni sono visibili su academiabarilla.it

La pasta e ceci de “I soliti ignoti”, per esempio, piatto scelto perché era uno dei preferiti del grande Marcello Mastroianni: un fumante e gustoso balsamo, in cui la simpatica banda di ladri affoga il sogno di una rapina finita male.
Anziché sbucare nel Monte di Pietà, finiscono in una cucina…

Oppure il pollo arrosto profumato al rosmarino di “Tutta la vita davanti”, qualcosa di buono e di tradizionale, quasi un antidoto contro l’ansia del futuro, nel grottesco e tragicomico mondo del precariato italiano, osservato con umanità da Paolo Virzì.

E come dessert, ecco la zuppa inglese de “Il piccolo diavolo” di Roberto Benigni: è la dolce tentazione che, causa indigestione, fa sì che la parrucchiera della storia finisca indemoniata e necessiti di Walter Matthau come esorcista…

«Il cibo è da sempre un protagonista del cinema italiano», afferma Laura Delli Colli, giornalista cinematografica dei magazine Mondadori e autrice di numerosi libri, tra cui i long sellers “Il gusto nel cinema italiano e internazionale” per l’editore Cooper di Roma, dedicati al dialogo tra macchina da presa e cucina.

«Ha rappresentato la fame, ha raccontato la convivialità e la cultura, non solo gastronomica, di un Paese in cui la cucina esprime più che altrove il luogo degli affetti, del gusto, dei desideri, dell’opulenza e della povertà, degli anni difficili e di quelli facili, dell’Italia genuina di un tempo e di quella “da bere” che ha snaturato in fretta costume e tradizioni, accelerando precipitosamente lo slow tradizionale di una gastronomia che è qualità, ma, ormai, anche business…».

Sì, il cinema può fare molto per promuovere la cultura gastronomica italiana.
«Di film in film, di decennio in decennio, proprio la tavola che è apparsa sullo schermo ha segnato, più di quella raccontata nei libri, nel profondo e costante modificarsi delle tradizioni gastronomiche, il costume e la storia del Paese. Tra chi ha scritto, diretto e interpretato tanti film famosi qualcuno lo ha fatto in maniera più coerente di altri: Ettore Scola, Federico Fellini, Pupi Avati, Marco Ferreri… Quante cucine sono state raccontate dai loro film? Quante confidenze, quanti momenti intimi della vita familiare hanno avuto i fornelli come scenografia?».

Laura Delli Colli

La giornalista e scrittrice italiana Laura Delli Colli

Il binomio cinema-cibo è stato al passo coi tempi.

«Negli anni Cinquanta era essenzialmente popolare: cinema da spiaggia in cui trionfavano anguria e portapranzi di metallo traboccanti di rigatoni al sugo o la serie dei vari Pane, amore e… in cui il massimo dell’abbondanza era una bella spaghettata.
La pasta e la pizza dominano la scena di quel cinema.
Ma, di generazione in generazione, di decennio in decennio, il cinema ha adattato al gusto del momento il suo palato.
Nella grande cucina di Lina Wertmüller, soprattutto quando intorno ai fornelli c’è Sophia Loren, c’è sempre un’inquadratura o una citazione per un ragù o una mozzarella, per una parmigiana o una frittura…».

E oggi?

«Uno dei registi che più racconta il gusto italiano è  Ferzan Ozpetek con quel suo modo speciale di girare, di proporre il racconto della vita attraverso la tavola, da Le fate ignoranti a Saturno contro, a Mine vaganti. Già, il cinema ha in comune con la tavola soprattutto uno dei cinque sensi: il gusto. E chi può negare che un buon film non sia, come dice quel titolo, anche un affare di gusto?».

Mariagrazia Villa

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