scienza in tavola  luglio 2010
   

La dieta perfetta? È nel DNA

Per mantenersi in forma, ma anche per dimagrire bisogna guardare ai geni. I propri. Che sembrano suggerire, secondo recenti ricerche americane, confermate dagli studi del genetista italiano Paolo Gasparini, l’alimentazione più adatta ai nostri bisogni nutrizionali

Paolo Gasparini

Il genetista italiano Paolo Gasparini

Si sa, le diete più efficaci sono tagliate su misura. Quello che non sapevamo è che i nostri geni sono i sarti migliori. Proprio così: il Dna di ciascuno di noi è uno scrigno di suggerimenti per curarci attraverso l’alimentazione. Sia per mantenerci in salute, sia per recuperare la forma perduta.

Secondo un recente studio americano, presentato dall’American Heart Association, un test genetico permetterebbe di disegnare la dieta più appropriata per ogni paziente. Per ridurre i rischi cardiovascolari, ma anche per dimagrire. Stessa notizia dai ricercatori dell’Università di Stanford: un regime alimentare geneticamente compatibile permetterebbe alle persone di ritrovare la linea tre volte meglio di chi segue una dieta senza alcun legame con l’elica del proprio Dna.

In fondo, è esperienza comune che alcune regole alimentari funzionano a meraviglia per alcuni, ma non sortiscono alcun effetto per altri. Il motivo? Ognuno risponde in modo diverso agli alimenti. E questa variabilità, che ci identifica come “unici”, ha la sua origine proprio nei nostri geni.

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La conferma che il profilo genetico offra indicazioni importanti sui nostri comportamenti alimentari arriva anche dall’Italia. Attraverso le ricerche di Paolo Gasparini, primario di Genetica all’Ospedale Burlo Garofalo di Trieste, docente di Genetica medica nell’ateneo triestino e referente scientifico di g&life, una delle aziende più all’avanguardia dell’Area Science Park di Trieste. «Quando introduciamo nel nostro organismo qualsiasi alimento, che non è altro che una miscela di composti chimici, di fatto attiviamo o disattiviamo metabolismi particolari», spiega il professor Gasparini. «Tutti questi processi di digestione e assimilazione degli alimenti sono definiti a monte da determinati geni. Se io presento la variante di un gene che me lo rende più attivo rispetto a un individuo che non abbia la variante, il mio metabolismo sarà inevitabilmente diverso: è indubbio che quanto scritto nei nostri geni è stato selezionato nel tempo ed è rilevante».

Alla nutrigenetica, nuova disciplina che studia la genetica in relazione alla scienza della nutrizione, «si affiancano altri due aspetti importanti, collegati alle scelte che ognuno di noi compie a tavola: il gusto e le preferenze alimentari». E anche qui la genetica gioca un ruolo fondamentale: «Aspetti che sembrano di sola componente culturale o sociale, hanno una base biologica. E impattano sulla salute». Non sempre le nostre predilezioni vanno verso la lattuga; più spesso, diventiamo matti per cibi spazzatura che contribuiscono a tutto, tranne al nostro benessere fisico…

La struttura di una molecola e l'elica del Dna

«Esistono individui, per esempio, che percepiscono l’amaro in modo molto intenso, e altri che non lo percepiscono affatto. Ciò fa sì che questi due gruppi di persone scelgano alimenti diversi con ricadute importanti sulla salute. Per esempio, i soggetti che hanno delle variazioni genetiche che li rendono particolarmente sensibili all’amaro tendono a eliminare dalla dieta tutta una serie di cibi come broccoli, radicchio e altre verdure amarognole, ma anche succo di pompelmo, cioccolato fondente… La conseguenza è che rischiano carenze alimentari ed è bene allora suggerire, per la loro dieta, fonti alternative di vitamine e sali minerali». Ma anche gli individui che non sentono l’amaro possono dirsi fortunati: «È geneticamente determinato che sentano poco anche i grassi e tendono, dunque, a mangiare molto più condito».

Per ritrovare la salute e anche il girovita occorre, sì, leggere e interpretare quanto sta scritto sulla “pietra” dei nostri geni, ma non solo. «Una dieta non può basarsi esclusivamente sul Dna, perché equivarrebbe a fare un oroscopo. È importante agganciare, alla classica valutazione di un nutrizionista, i dati della nutrigenetica e quanto concerne gusti e preferenze alimentari. Ciò che sappiamo sull’individuo rispetto al suo stile di vita, all’esercizio fisico praticato, al tipo di alimentazione seguito eccetera, viene arricchito dall’informazione genetica. Solo così, si può arrivare a un massimo di personalizzazione altrimenti non ottenibile».

Lo stesso professor Gasparini si è sottopoto al test del Dna (da circa sei mesi, è possibile a un prezzo abbordabile per ciascuno di noi). «È emerso che ho una variante sfavorevole della grelina, un ormone che stimola l’appetito, che fa sì che io abbia un marcato senso della fame. In un caso come il mio, è bene prevedere cinque pasti giornalieri. Adesso, quando faccio lo spuntino di metà mattina o la merenda pomeridiana, non mi sento più in colpa: so che per il mio metabolismo è meglio così».

Mariagrazia Villa

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“La dieta perfetta? È nel DNA”

  1. La conoscenza dei nostri meccanismi fisiologici, di come siamo fatti e quindi della nostra codifica genetica, sono fondamentali per migliorare la qualità della nostra vita. Ovvio, anche nell’alimentazione.
    Ogni progresso in questo senso non può che far bene a noi stessi.
    Buon lavoro.

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